Come accade di sovente, la mancanza di tempo non mi permette di scrivere più in questo diario on line con la frequenza con cui mi ero abituato negli scorsi anni.

Mi capita quindi sempre più spesso di mettere qualche post sulla scorta di richieste che mi vengono fatte via mail in privato, e in questa occasione, la richiesta di un manuale di uso e manutenzione della colt Python, oltre ad evadere questa richiesta con aggiunta di un paio di esplosi, dirò anche come tale richiesta mi è giunta.

Qualche mese, dovendo aggiornare la collezione di armi comuni, mi sono sentito richiedere un nuovo cerficato medico perchè “era da un po’ di tempo che non ne consegnavo uno…”, alla mia affermazione in base alla quale un porto d’armi in corso di validità include la validità stessa del titolo subordinato richiesto, veniva risposto laconicamente con “sono due cose diverse… per aggiornare la collezione deve fare tutto l’itinere per farsi rilasciare questo certificato medico, altrimenti la collezione non può essere aggiornata…”.

Dopo aver provato un grande senso di abbandono e aver provveduto comunque a farmi rilasciare tale certificato, ho deciso che comunque non avrei aggiornato la collezione, e che anzi avrei ceduto le due armi che avrei voluto caricarvi: il vecchio Python e la più vecchia, ma per me nuova, Pieper Model O del 1905. Sull’onda emotiva ho deciso di recarmi al poligono per provare per l’ultima volta l’ebbrezza del 357 M e per provare la 7,65… orbene sono stato accompagnato da un caro amico, maresciallo dei carabinieri, che in vita sua ha usato solo la Beretta d’ordinanza, e dopo un paio di caricatori del Python, ho passato a lui la palla!

E’ stato bellissimo vedere la sua espressione quando premeva il grilletto in singola azione… quel senso di vigore impresso dal rinculo che avevo appena provato lo leggevo nei suoi occhi, ad ogni avanzamento del tamburo, epperò non è durato molto, dopo una decina di colpi siamo dovuti passare a camerare il più dolce 38S, pena lo slogamento del polso… ovviamente l’utilizzo a posteriori della Pieper è servito solo a pensare che sia un giocattolino per bambini!

Dopo quindi quest’ultimo saluto, la figlia nobile del vecchio Samuel, è finita in una inserzione on line su Armi Usate, dove per altro ancora campeggia… e proprio dopo aver visto questo annuncio, un signore mi ha contattato dicendomi che ne ha acquistata una ma che manca del libretto di manutenzione, che viene generalmente venduto a cifre esorbitanti anche solo in copie digitali, e gentilmente mi ha chiesto se potessi dargliene copia…..

ed eccoci quindi ritornati all’incipit di questo post, rendere disponibili gratuitamente per tutti materiali che altrove vengono pagati a caro prezzo, se quindi cercate copia di un libretto di uso e manutenzione della vs Python, o semplicemente un suo spaccato, potrete tranquillamente e gratuitamente scaricarlo dai link qui sotto, con una unica preghiera: lasciate un messaggio del vs transito su questo piccolo blog.

Grazie

Colt_Python_Manuale

Mi capita spesso di ricevere commenti da questo blog che poi portano ad intensa corrispondenza privata, in questo caso invece una mail ricevuta in privato diventa un post aperto a tutti. Infatti poichè la risposta alla richiesta fattami pocanzi via mail può interessare a più di un navigatore la pubblico per dar modo a chiunque di prenderne visione.

Stiamo parlando dello spaccato, o esploso, o assonometria della pistola semiautomatica preda bellica agognata dagli alleati del secondo conflitto mondiale: la Beretta modello 34. Una semiautomatica compatta e semplice che si trasformò da modello 34, arma d’ordinanza in calibro 9 corto degli ufficiali italiani, in modello 35 in calibro 7,65 browning, arma d’ordinanza di carabinieri etc etc…

Lascio ad altri gli approfondimeni storici su varianti per anni di produzione e corpi dell’esercito sottolineandone esclusivamente il minimalismo funzionale e costruttivo che ne permetteva lo smontaggio ed il rimontaggio in tempi bervissimi; oserei quasi paragonarla per queste caratteristiche all’arma più diffusa al mondo, un progetto sovietico di un certo sottoufficiale dell’armata rossa che, narra la leggenda, in un letto d’ospedale voleva emulare un blasonato e teutonico fucile d’assalto!😀

Ad ogni modo, per ritornare a noi, qui di seguito è scaricabile il disegno disassemblato della Beretta in questione:

Esploso o spaccato della pistola semiautomatica Beretta modello 34 e 35

 

Capita, purtroppo capita, di dover ad un certo punto mettere ordine nelle proprie cose, e quando quest’ordine riguarda le mie collezioni, è sempre molto difficile dover prendere delle decisioni, anche perchè è difficile allontanarsi dalle cose care! Mi è capitato di cedere in diverse occasioni pezzi che non erano di mio interesse e che magari avevo salvato da rottamazioni selvagge, poi dopo me ne sono sempre pentito, di averle cedute ovviamente, non di averle salvate; poi nascono problemi di spazio, di nuove cassaforti, di aggiornamenti,… insomma si arriva ad un punto in cui si decide cosa sacrificare per poter proseguire il viaggio all’insegna di obiettivi sempre più specifici :((

Quindi di seguito i pezzi che mi vedo costretto a cedere, con relativi valori, valori al ribasso per poter quanto prima liberare il vano che occupano e poter iniziare la necessaria ristrutturazione; contattatemi via mail per avere foto e dettagli, grazie.

Carabina manuale, cal. 303 BR, marca Enfield, mod. Sporter Parker Hale, eccellenti condizioni, con diottra (459 €)

Fucile doppietta cani esterni, calibro 12, marca Raick Freres, buone condizioni (219 €)

Fucile doppietta hammerless, cal. 12, marca Thirifays, mod. Supermille, pari al nuovo (t.r.)

Fucile monocanna, cal. 8 Flobert, marca Falco, mod. pieghevole, buone condizioni (99 €)

Carabina kipplauf, cal. 7,62x54R, marca Baikal, modello IZH-18, con scina weawer, nuovo con scatolo (359 €)

Revolver doppia azione, cal. 357M, marca Colt, modello  Python, ottime condizioni (1099 €)

Revolver Euskaro 5 colpi, cal. 38, copia S&W New model 1880, mediocri condizioni di nichelatura, meccanica ok,

sola molla di ritorno del grilletto fiacca (59 €)

Revolver Euskaro 5 colpi, cal. 32, copia S&W New model 1880, mediocri condizioni di nichelatura, meccanica  ok (49 €)

Revolver doppia azione, cal. 38 S, marca Franchi, pari al nuovo con custodia in legno (329 €)

Pistola semiautomatica, cal. 7.65, marca Astra, mod. Falcon 4000, pari al nuovo con scatolo (379 €)

Pistola semiautomatica, cal. 6,35, marca Beretta, mod. 418, ottime condizioni (149 €)

Pistola semiautomatica, marca Pieper, modello O, calibro 7,65, eccellenti condizioni, brunitura originale (329 €)

Nel mese scorso mi è capitato di catalogare uno scatolone contente una marea di documenti, e man mano che mettevo ordine, mi accorgevo di aver a che fare con un pezzo della storia patria che mai come in questo anniversario è sentita e rinverdita; mi sono trovato di fronte alla vita di un uomo che ha solcato i primi sett’anni del secolo scorso, passando dal Colonialismo degli anni 20, alla Slovenia, fino a traghettare Milano nell’8 settembre.

Spero che questa documentazione finisca, come promesso, in un museo dei Cacciatori delle Alpi, se così non fosse lascio qualche scheggia, di quanto ho avuto modo di visionare, in questo spazio; e voglio iniziare con una poesia/canzone che ricorda una impresa che ebbe una enorme eco sulla stampa e nel mondo, la medesima località salì poi nuovamente alla ribalta nel secondo conflitto mondiale, sugellando l’eroismo dei soldati italiani.

Giunse in Cirenaica, da Cheren trasportato

D’Eritrea un battaglione;

Dopo sette mesi l’avevano allenato

A marciare sul camione.

Fra Guba, Tobruk e Bardia sparpagliato

In territorial mutato

Più non ricordava marce e accampamenti

Né razzie d’armenti.

  • Quando un bel dì (un bel dì, un bel dì)
  • L’affar finì (l’affar finì)
  • Dei bianco e azzurri il battaglione
  • Deve far la nota spedizione
  • Agegum arrai (agegum, agegum)
  • Fra il tac pum (fra il tac pum)
  • Giarabub bisogna a piè toccar
  • A costo di scoppiar.

L’uno di febbraio, dopo un’abbeverata

Parte il grande colonnone

Sarà una passeggiata o una facchinata

Tuonerà forse il cannone

Gheggia ben Abdalla vorrà farsi vivo

Oppure far vorrà il cattivo.

Pensa che il nemico tu hai da temere

Quando non si fa vedere.

  • E così. Pian pian (pian pian)
  • Con l’arma in man (con l’arma in man)
  • Pel deserto sempre si cammina
  • Ci si sveglia presto la mattina
  • Agegum arrai (agegum, agegum)
  • Fra il tac pum (fra il tac pum)
  • Giarabub bisogna conquistar
  • A costo di crepar.

Seguoci in camione uno stuol di giornalisti

E una schiera d’altra gente.

Gli uni contan balle su di noi, poveri cristi,

Gli altri pare contin niente.

Se il Senusso si ostina a non sparare

Cosa mai si può inventare?

Facil cosa è fabbricar combattimenti

E sarem tutti contenti.

  • Ma chi sa il perché (il perché, il perché)
  • Andiamo a piè (andiamo a piè)
  • Col governo mai non si discute
  • Tira avanti e pensa alla salute
  • Agegum arrai (agegum, agegum)
  • Fra il tac pum (fra il tac pum)
  • Giarabub bisogna espugnar
  • O all’inferno andar.

Dopo otto giorni di marcia strascicanti

Giarabub vicino appare

Prepara l’armi ognun, si f ail comando avanti

La gran pugna a preparare_

Dal palmeto e dalle mura tutto tace

Vi è dunque qui la  pace

Il Senusso se n’è andato a passeggiare

Chè la ghirba vuol salvare

  • O che delusion (delusion, delusion)
  • Le ambizion (le promozion)
  • Nel cestino andranno a finire
  • Se non può nessun di noi morire
  • Agegum arrai (agegum, agegum)
  • Niente tac pum (niente tac pum)
  • Se il nemico se ne volle andar
  • Che cosa possiam far?

Testo originale dattiloscritto facente parte della documentazione del Generale Vittorio Ruggero

Foto ada ricognizione aerea degli anni 20, sul retro è riportata la data, l'ora e il nome dell'ufficale che ha scattato la foto

Bah che dire, noi meridionali probabilmente, l’Unità d’Italia l’abbiamo più subita che voluta.

Perchè non dimentichiamo che non stiamo parlando certo di un referendum popolare o di bonarie elezioni, ma di una annessione militare con tanto di deportazioni finali e saccheggio alla barbara maniera.

Tant’è che dopo la tanto blasonata Unità militare si pone in essere il tentativo di coesione delle genti, e per ben aderire al neonato Stato Savoiardo Italiano necesse est ben scollare/decollare lo Stato borbonico scollado/decollando il malcontento popolare/brigantaggio per poterlo catalizzare/incollare in maniera definitiva nello Stato Sovrano. La colla/decollatrice si chiamerà appunto Lefaucheux modello 1861, che diventerà la compagna portatile, in taluni casi anche gemellata, dei più o meno paffuti Reali Carabinieri, al punto che per parità per ognuno di essi ci sarebbero voluti almeno tre avversari considerandoli muniti in ambo le mani delle arcaiche piastre a pietra di elegante e fine fattura ispanica, o a luminello.

Quindi ecco, saltando quasi a piè pari l’epopea della singola azione americana, passare dagli stoppini e dalle bacchette alla ripetizione rivoltante delle prime spillo, una breve parentesi temporale catalizzantesi alla definitiva, per ora, percussione centrale. Non dimenticando però che il consorte della prode Anita portò nel nostrano agone i poco economici Peacemaker, non figli della sua esperienza Sudamericana ma operazione politica concertata dal fratello Samuel, nel tentativo, riuscito per lui ma non per il Generale, di portare a casa un ordine di fornitura sostanzioso (va ricordato il Fondo Garibaldi …)

Ecco allora la colla, che troviamo con l’allora strapotenza di sei colpi utilizzabili in rapidissima successione, benchè in single action, contro al massimo due schioppi di polvere nera, una impari lotta che pian piano avrà ragione dei miserabili che intendevano opporsi al nuovo Stato ed alle di lui novelle vessazioni. Lasciando al Salvatici parole e immagini, che presenterà con dovizia di dettagli la Lefauchet 1861 dei Reali carabinieri, io ve ne do un un piccolo saggio di come si sia ben conservata per cento anni, al di sotto di un notevole strato di ossidazione, a dimostrazione che sebbene abbia depauperato il Meridione da moltissimi dei suoi abitanti era comunque un’arma moderna e veramente ben fatta.

In risposta alla richiesta come si distinguano le carabine Franchi semiautomatiche Para e Centennial non c’è niente di meglio che pubblicarne le immagini:

questa è la Centennial, commemorativa del centenario della Franchi, take down;

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa qui sotto è invece la Para, questo modello veniva venduto in scatolo dalla grafica simil militare.

 

 

 

 

 

Preciso che qs immagini le ho prese dal web.

Innumerevoli e sconosciuti fratelli ha il canguro. Fratelli senza coda e senza marsupio, dispersi, e ben celati per l’occhio non esperto, in entrambi gli emisferi. Astuti e ingannevoli fratelli che non si cibano d’erba né spiccano ampi e ritmati salti.
Anche i bimbi non ancora alfabeti, o appena proto-alfabeti, dai solerti genitori avviati a navigare su Internet son venuti a sapere che il canguro prese il nome da una ricerca sul campo. All’esploratore che chiedeva quale fosse il nome dell’insolita bestia, l’indigeno rispose che non lo sapeva (a che serviva il nome se la bestiola lo ignorava, e non si fermava né si voltava per quante volte la chiamassero?), e quel “kangaroo” (‘non lo so’) fu affibbiato al saltatore. Così in una vivace prosa di Heine un giramondo capitato in un paese straniero apprende che quelle fabbriche erano di Nonlosò, il palazzo maestoso anche dello stesso, e così via, fin che accodandosi a un funerale solenne chiese chi fosse morto, e gli risposero “Non lo so”. E rimase a meditare sul destino di Nonlosò.
Ma altri fratelli siffatti ha il canguro un po’ dappertutto. Canguri grossi e piccini, come leoni leoncelli, leoncini, e cucciolotti come quelli che affollavano la celletta di un eremita della Tebaide, per uno scherzo giocoso del diavolo. E i canguri di taglia maggiore li troviamo nei topònimi.
Prendiamo qualche esempio: a Bourdeau, nella Savoia, la contrada Les Teppes (le collinette) diventò Les Steppes (e forse oggi una guida turistica cita la somiglianza con le steppe russe); così nella Provenza un contadino richiesto del nome della zona rispose “Lou sabé pas” (‘non lo so’) e il rilevatore segnò Loussabépas, e la risposta “Es la miéu” (‘è la mia’) divenne il toponimo ufficiale Eslamiéu. Sono esempi noti agli specialisti, e per essi e tanti altri basta consultare il prezioso e non sorpassato Les noms de liéux del Dauzat. Ma non c’è bisogno di andar lontano, nel tempo e nello spazio: nel Parco del Pollino, la cui perimetrazione fu fatta con il criterio usato a Versailles per i confini delle neo nazioni, compare un viadotto Romania (il turista straniero non sa se leggere Romanía o Romània, il nostro non se ne accorge nemmeno) da una fonte “Acqua del Demanio” (in pronunzia locale), e da presso, sempre sull’Autostrada del Sole, figura una Cabala, da un locale cabàlla, dal francese cabelle, poiché di là passava la via del sale, dalle miniere di Lungro verso la Lucania. Altro altrove.
Il canguro più vistoso eccolo lassù, sulle dolòmie del Pollino: il Dolcedorme, dove puoi scorgere qualche aquila che volteggia, e un attimo prima ti pareva un pastore avvolto nel mantello scuro, seduto su una roccia.
Inutile porgere una domanda indiretta e cauta al vecchio pastore d’una masseria sottostante: ti offrirà una ricotta fresca, e anche un bicchiere di vino (dell’uva di Terranova) e poi ti spiega che lassù puoi vedere il profilo di un gigante che dorme. Ti vien da sorridere, come per il Fabio di Gerhard Rohlfs: il grande Rohlfs, linguista insigne, esperto delle sfumature dei nostri dialetti, talvolta sonnecchiava, come si dice del buon Omero: il nostro fabbiu – che vale ‘colombaccio’, dal greco antico phabion – fu ricondotto al nome Fabio.
Se trenta o quarantanni fa parlavi con un vecchio legnaiuolo, pratico della montagna, gli avresti sentito dire che dal Piano del Pollino era salito in vetta, e poi disceso subito r’ ‘u Scilormu (‘dallo Scilormo’) per la nebbia che avanzava. Chi fosse estraneo dei luoghi, pur non ignorante della parlata, poteva intendere ruci rormi (che è la base del “Dolce Dorme”, come scrivevano nell’Ottocento). Ma Scilormo (anch’esso dal greco) è un toponimo frequente nelle zone di montagna. E in sede opportuna è agevole dirimere tutta la questione. Ma qui non si vuole andare fuori dal tema, che è dedicato ai canguri. E il Dolcedorme è un ottimo esemplare di canguro, come ci pare di aver dimostrato.