Innumerevoli e sconosciuti fratelli ha il canguro. Fratelli senza coda e senza marsupio, dispersi, e ben celati per l’occhio non esperto, in entrambi gli emisferi. Astuti e ingannevoli fratelli che non si cibano d’erba né spiccano ampi e ritmati salti.
Anche i bimbi non ancora alfabeti, o appena proto-alfabeti, dai solerti genitori avviati a navigare su Internet son venuti a sapere che il canguro prese il nome da una ricerca sul campo. All’esploratore che chiedeva quale fosse il nome dell’insolita bestia, l’indigeno rispose che non lo sapeva (a che serviva il nome se la bestiola lo ignorava, e non si fermava né si voltava per quante volte la chiamassero?), e quel “kangaroo” (‘non lo so’) fu affibbiato al saltatore. Così in una vivace prosa di Heine un giramondo capitato in un paese straniero apprende che quelle fabbriche erano di Nonlosò, il palazzo maestoso anche dello stesso, e così via, fin che accodandosi a un funerale solenne chiese chi fosse morto, e gli risposero “Non lo so”. E rimase a meditare sul destino di Nonlosò.
Ma altri fratelli siffatti ha il canguro un po’ dappertutto. Canguri grossi e piccini, come leoni leoncelli, leoncini, e cucciolotti come quelli che affollavano la celletta di un eremita della Tebaide, per uno scherzo giocoso del diavolo. E i canguri di taglia maggiore li troviamo nei topònimi.
Prendiamo qualche esempio: a Bourdeau, nella Savoia, la contrada Les Teppes (le collinette) diventò Les Steppes (e forse oggi una guida turistica cita la somiglianza con le steppe russe); così nella Provenza un contadino richiesto del nome della zona rispose “Lou sabé pas” (‘non lo so’) e il rilevatore segnò Loussabépas, e la risposta “Es la miéu” (‘è la mia’) divenne il toponimo ufficiale Eslamiéu. Sono esempi noti agli specialisti, e per essi e tanti altri basta consultare il prezioso e non sorpassato Les noms de liéux del Dauzat. Ma non c’è bisogno di andar lontano, nel tempo e nello spazio: nel Parco del Pollino, la cui perimetrazione fu fatta con il criterio usato a Versailles per i confini delle neo nazioni, compare un viadotto Romania (il turista straniero non sa se leggere Romanía o Romània, il nostro non se ne accorge nemmeno) da una fonte “Acqua del Demanio” (in pronunzia locale), e da presso, sempre sull’Autostrada del Sole, figura una Cabala, da un locale cabàlla, dal francese cabelle, poiché di là passava la via del sale, dalle miniere di Lungro verso la Lucania. Altro altrove.
Il canguro più vistoso eccolo lassù, sulle dolòmie del Pollino: il Dolcedorme, dove puoi scorgere qualche aquila che volteggia, e un attimo prima ti pareva un pastore avvolto nel mantello scuro, seduto su una roccia.
Inutile porgere una domanda indiretta e cauta al vecchio pastore d’una masseria sottostante: ti offrirà una ricotta fresca, e anche un bicchiere di vino (dell’uva di Terranova) e poi ti spiega che lassù puoi vedere il profilo di un gigante che dorme. Ti vien da sorridere, come per il Fabio di Gerhard Rohlfs: il grande Rohlfs, linguista insigne, esperto delle sfumature dei nostri dialetti, talvolta sonnecchiava, come si dice del buon Omero: il nostro fabbiu – che vale ‘colombaccio’, dal greco antico phabion – fu ricondotto al nome Fabio.
Se trenta o quarantanni fa parlavi con un vecchio legnaiuolo, pratico della montagna, gli avresti sentito dire che dal Piano del Pollino era salito in vetta, e poi disceso subito r’ ‘u Scilormu (‘dallo Scilormo’) per la nebbia che avanzava. Chi fosse estraneo dei luoghi, pur non ignorante della parlata, poteva intendere ruci rormi (che è la base del “Dolce Dorme”, come scrivevano nell’Ottocento). Ma Scilormo (anch’esso dal greco) è un toponimo frequente nelle zone di montagna. E in sede opportuna è agevole dirimere tutta la questione. Ma qui non si vuole andare fuori dal tema, che è dedicato ai canguri. E il Dolcedorme è un ottimo esemplare di canguro, come ci pare di aver dimostrato.